L'INNOVATORE
L'Agricoltura è Chimica
Usare i carboidrati al posto degli idrocarburi è oggi un procedimento scontato. Ma quando Gardini si mise a produrre carburanti, plastica, inchiostri e detergenti da scarti e materie prime agricole, il mondo la pensava diversamente.
di Marco Magrini

La creatività, dicono neuroscienziati e psicologi, sta nella capacità di intravedere nuove strade, laddove gli altri vedono solo una foresta impenetrabile. E non si tratta di una facoltà secondaria, di un optional della mente. Senza la creatività degli ultimi cinquemila anni, il genere umano non avrebbe mai potuto ascendere i milioni di gradini che vanno dalle caverne alla Stazione spaziale internazionale, oggi in orbita intorno alla Terra. La creatività è quella cosa che serve agli scienziati a sciogliere i segreti della natura, ai musicisti a creare melodie e generi mai uditi prima, agli architetti a ideare edifici che nessuno avrebbe mai immaginato. Fa comodo a tutti. Anche agli imprenditori.

Argentina, 1984, vigilia di Natale. Come ogni anno, Raul Gardini si è trasferito con familiari, amici e collaboratori nella fazenda di Las Cabezas, per passare le vacanze in mezzo a una natura ben più ricca e selvaggia dell’amata Pianura Padana. Seduto a tavola per  colazione, a un’ora antelucana, l’imprenditore ravennate dice cose che volano alte, forse troppo, sulle teste dei commensali. «Fra quattro anni entrerà in vigore la nuova normativa europea per rimuovere il piombo dalla benzina, che viene usato per le sue proprietà antidetonanti, ma inquina. Per sostituirlo, si potrebbe usare etanolo prodotto tramite le eccedenze agricole comunitarie e risolvere così due problemi in una volta sola».

Dieci mesi più tardi, il leader del gruppo Ferruzzi vola a Bruxelles dal commissario Frans Andriessen per proporgli ufficialmente la strategia, preannunciata una mattina a colazione. Sul piatto, Gardini mette il caloroso sostegno ricevuto dagli agricoltori francesi, che vi intravedono buone opportunità di business. Ma, curiosamente, non quello degli agricoltori italiani. A dire il vero, neppure il sostegno delle industrie italiane: la prima casa automobilistica manda a dire che il mercato dell’auto è già abbastanza in crisi, e che la sostituzione del piombo va condotta in porto «senza improvvisazioni». Il primo gruppo petrolifero nazionale invece, sta già investendo su nuovi antidetonanti a base di idrocarburi e non presta ascolto.

La visione innovatrice di Gardini non si ferma al surplus agricolo e all’etanolo: guarda parecchio più in là. «Possiamo risolvere il problema delle eccedenze con l’etanolo – scrive di suo pugno nel 1988, mentre la proposta langue a Bruxelles  – e indirizzare la ricerca sulle piante e sull’utilizzo di proteine, grassi e carboidrati in modo assolutamente innovativo. Questa presa di coscienza ci porta dentro l’ambiente, sul versante agricolo-energetico e dell’industria chimica, comunque in alternativa agli idrocarburi».

Scritti autografi:

Rassegna Stampa

Nel remoto 1988 – ovvero quattro anni prima del Vertice della Terra di Rio de Janeiro, quando le Nazioni Unite ammisero per la prima volta l’esistenza del problema – ben pochi sognavano di cercare dei sostituti, non al piombo, ma addirittura al petrolio. La combustione di petrolio, gas e carbone rilascia anidride carbonica nell’atmosfera, con lo spiacevole effetto collaterale di trattenere la radiazione infrarossa del pianeta, riscaldandolo. Prima del vertice di Rio, lo dicevano molti ambientalisti, pochi politici, quasi nessun imprenditore. Solo quelli visionari.

In italiano, l’aggettivo “visionario” indica una persona che ha «visioni, apparizioni soprannaturali, allucinazioni» o che «ritiene vere cose non rispondenti alla realtà». Curioso, perché in inglese, il primo significato di visionary è «concepire o programmare il futuro con immaginazione e saggezza».

Un anno prima, nel 1987, era successo qualcosa di rilevante. Gardini aveva scalato la Montedison, il polo privato della chimica nazionale, protagonista di un turbolento passato di potere, scandali e intrighi. E adesso si trova nella (per lui) felice condizione di dover ripensare tutte le strategie industriali.

Un possibile legame virtuoso fra l’anima agricola del gruppo Ferruzzi e il suo nuovo cuore industriale nella chimica, gli salta subito agli occhi. In un articolo su Agridistribution, un periodico francese di agricoltura, Gardini lo scrive a chiare lettere: «Come dimostra il meraviglioso processo della fotosintesi, l’agricoltura è chimica, e la chimica verde è la prossima rivoluzione che si svilupperà in modo esponenziale».

Il concetto di “chimica verde” verrà coniato solo quattro anni più tardi da Paul Anastas, professore a Yale, per indicare il disegno e la produzione di composti chimici che non siano dannosi, ma favorevoli all’ambiente. È un’idea ben più larga di quella suggerita da Gardini, perché comprende la chimica inorganica. Ma include ovviamente anche la biochimica – e la risultante bioeconomia – immaginata dall’imprenditore romagnolo.

A dire il vero, un altro grande imprenditore aveva avuto la stessa idea, mettendola in pratica in tempi remoti. Henry Ford, l’inventore della motorizzazione di massa, realizzò fra il 1910 e il 1915 alcuni modelli di automobile che usavano grano, canapa, legno per le materie plastiche della carrozzeria e un biofuel ricavato dalla soia come carburante. Fatalmente però, con la quasi contemporanea scoperta di enormi giacimenti di idrocarburi che assicuravano fiumi di energia a basso costo, la sua visione di un’industria a base di carboidrati finì nel ripostiglio della storia.

Carboidrati e idrocarburi hanno molto in comune: sono composti da atomi di carbonio e di idrogeno (nei carboidrati c’è anche l’ossigeno), seppur arrangiati diversamente. Il che non fa meraviglia: gli idrocarburi non sono altro che remoti giacimenti di materiale organico, i resti di flora e fauna di milioni di anni fa, cucinati nel sottosuolo dalla pressione terrestre. Sono una fonte fossile e non rinnovabile di energia: una volta bruciati, non torneranno mai più.

Allora perché non usare i carboidrati – che le piante fabbricano attraverso la fotosintesi clorofilliana – per ottenere un raccolto annuale, perenne e rinnovabile, al fine di rimpiazzare progressivamente gli idrocarburi? Dopotutto l’agricoltura, come dice Gardini, è chimica.

Un’intuizione che il novello presidente di Montedison comincia a diffondere in lungo e in largo. Un palcoscenico perfetto è l’aula magna gremita di studenti, dov’è invitato a parlare in occasione della sua laurea honoris causa all’Università di Bologna. «Nel prossimo futuro le agro-biotecnologie avranno un ruolo di primo piano», sentenzia Gardini durante la lectio magistralis. «Grazie a loro sarà possibile ridurre drasticamente l’impiego in agricoltura di prodotti chimici i quali, se hanno reso possibile la prima Rivoluzione Verde, contribuiscono all’inquinamento dell’ambiente. Questo nuovo modo di fare agricoltura, oltre che più ecologico, sarà in grado di offrire all’industria nelle quantità necessarie materie prime rinnovabili e più pulite: detergenti, plastificanti, adesivi, lubrificanti, potranno essere prodotti partendo dalle materie prime agricole. Per non parlare dell’impiego delle biomasse a fini energetici, che in diversi Paesi già costituisce un’importante realtà e che, sotto l’incalzare dell’inquinamento urbano e del rialzo del prezzo del petrolio, si presenta come una necessità (oltre che un’opportunità) ecologica, economica e strategica ormai imprescindibile».

Laurea Honoris Causa in Agraria – Bologna 7 aprile 1987

Intervento di Raul Gardini all’Università di Bologna – Aprile 1987

Documenti: i Quaderni Ferruzzi

La Rivoluzione Verde risale alla fine degli anni 60. Proprio quando si riaffacciavano i timori per l’aumento della popolazione mondiale a fronte di un’agricoltura allo stremo, l’agronomo americano Norman Borlaug elabora un sistema che include un’efficiente miscela di selezioni genetiche, migliori tecniche d’irrigazione, ma anche fertilizzazione spinta e uso di pesticidi. Questa “rivoluzione” salverà il Messico e l’India dalla minaccia di carestie. E tutt’oggi permette a miliardi di persone di mangiare e sopravvivere.Eppure, in prospettiva bisogna fare di meglio: quando Borlaug ha ricevuto il Premio Nobel, nel mondo c’erano tre miliardi e mezzo di esseri umani. Erano cinque miliardi il giorno della conferenza di Gardini a Bologna, nel 1987. Oggi sono sette e mezzo. Saranno nove intorno al 2042. E poi – osserva l’imprenditore ravennate, come sempre andando controcorrente – troppi fertilizzanti producono effetti collaterali negativi, come l’eutrofizzazione dei fiumi. «Detergenti, plastificanti, adesivi, lubrificanti», ma anche combustibili e fertilizzanti, possono essere ricavati – udite, udite – da fonti rinnovabili.

Tutto questo però, rimarca Gardini, ha bisogno di una precondizione irrinunciabile: la ricerca scientifica.

La ricerca di nuove strade impensabili, una visione globale dei problemi, non bastano a definire il vero innovatore. «Il miglior modo di predire il futuro – diceva il computer scientist americano Alan Kay – è crearlo». In altre parole, l’innovatore agisce, costruisce, mette in moto. «La visione senza azione, è un sogno a occhi aperti», recita un proverbio famoso in Giappone.

Già poche settimane dopo la conquista della Montedison, Gardini decide di passare all’azione. E convoca  al quartier generale di Foro Buonaparte, a Milano, il vertice dell’Istituto Donegani. L’istituto aveva un pedigree di riguardo: nato a Novara nel 1941 per volontà dell’ingegner Guido Donegani,  presidente della Montecatini, aveva ospitato fra i suoi ranghi il premio Nobel Giulio Natta e aveva messo a punto la formulazione di nuove importanti sostanze plastiche. Con la fusione fra Montecatini e Edison, nel 1966 era entrato a far parte della Montedison.

Dopo i convenevoli di rito, Raul Gardini si lancia in un appassionato discorso sui massimi sistemi. E affida  ai ricercatori un compito inaspettato: maritare chimica e agricoltura, scoprire nuove tecnologie per cominciare A sostituire gli idrocarburi con i carboidrati. «A qualche mio collega – racconta Amilcare Collina, allora amministratore delegato dell’Istituto – parse una follia. A me invece, sembrò subito una grande opportunità».

In gran fretta, viene messa in piedi una squadra di ricercatori e comincia il brainstorming. In ultima analisi, le materie prime su cui lavorare erano amido e olii vegetali, entrambi capisaldi dell’agro-impero Ferruzzi. In capo a due mesi, Collina propone un ventaglio di soluzioni a Gardini. E lui dà il via libera a tutte quelle che sono realizzabili da subito.

Viene costituita una nuova società, la Fertec (Ferruzzi Ricerca e Tecnologia), guidata sempre da Collina, che come prima mossa sviluppa un polietilene biodegradabile ricavato dal mais, che viene commercialmente battezzato Mater-Bi. Per dimostrare la sua fattibilità, Gardini stringe un accordo con la Walt Disney e, il 9 luglio del 1989, in allegato a Topolino c’è una macchina fotografica in Mater-Bi con gli orecchi da topo, biodegradabile e perfettamente funzionante. È passato solo un anno da quella riunione a Foro Buonaparte. Altri test confermano la bontà del Mater-Bi e nel 1990 Gardini fonda Novamont – la “nuova Montedison” – per produrlo e commercializzarlo.

Lampade e tavolo in kevlar disegnate da Gae Aulenti, 1989

Raul Gardini con Rita Levi Montalcini – Ravenna, Premio Guidarello, 19 ottobre 1991
La macchina fotografica biodegradabile prodotta con il mater-bi di Novamont e offerta in allegato a “Topolino” il 9 Luglio 1989
Amilcare Collina, ex amministratore delegato dell’Istituto Donegani

In contemporanea, viene sviluppato il Diesel-Bi, un biodiesel ante litteram che il gruppo Montedison comincia a produrre in una bio-raffineria a Livorno. E poi anche il Celus-Bi, un nuovo detergente che usava amidi ossigenati al posto degli zeoliti di origine inorganica. «Ovviamente andava avanti anche la ricerca sul bio-etanolo, già sostenuto da Gardini anni addietro – continua Collina – ma ormai era chiaro che gli idrocarburi sono sostituibili in quasi tutte le loro infinite applicazioni».

Sempre nel luglio dell’89, il quotidiano “il Messaggero” (da anni nel portafoglio azionario della Montedison) stampò un’intera edizione con un nuovo tipo di inchiostro, che usava l’olio di soia al posto di certi idrocarburi aromatici, peraltro nocivi. «Il giorno seguente – prosegue Collina – mi chiama il presidente di Federchimica chiedendo se eravamo impazziti: i produttori di inchiostri stavano protestando». Più o meno quel che era già successo con il bioetanolo, il biodiesel e la bioplastica. «Solo i bio-detergenti – aggiunge sorridendo – non ricevettero contestazioni. Il motivo è semplice: erano gli unici che non avevamo messo in produzione».

Gardini non è il tipo che si lascia influenzare dalle avversità. Un po’ perché il suo angolo di osservazione non è limitato all’Italia: per definizione, ma anche per struttura societaria dopo le acquisizioni a raffica di Leisieur, Koipe, Central Soya, Beghin Say, Tate & Lyle, Cereol e Montedison, il gruppo Ferruzzi guarda al mondo. Un po’ perché, fuori dall’Italia, la sua visione strategica riceve attenzioni, applausi e incoraggiamenti.

Il Wall Street Journal include la Ferruzzi nella lista delle 55 imprese con una «leadership globale per gli anni 90». La Harvard Business School pubblica un case study sul gruppo di Ravenna, mettendo in luce la strategia agro-bio-chimica di Gardini e ricordando, fra le altre cose, che la Ferruzzi è il primo gruppo al mondo a tenere un registro ambientale delle proprie emissioni di anidride carbonica (sette anni prima che venga firmato il Protocollo di Kyoto). Quando il 57enne Raul viene invitato a parlare alla Sorbona, in un’aula gremita di studenti e di invitati, gli viene riservato un trattamento da top manager di una vera multinazionale, tanto a suo agio con le strategie industriali che con la geopolitica.

 


 

«Come mostra il meraviglioso processo della fotosintesi, l’agricoltura è chimica e la chimica verde è la prossima rivoluzione che si svilupperà in modo esponenziale»
Articolo di Gardini su
«Il Sole 24 Ore», 1989

 


 

«Nuove tecnologie per la produzione di materiali biodegradabili e lo sviluppo di nuove piante per la produzione di alimenti ed energia pulita. E per energia pulita intendo con la minima emissione di CO2 da fonti fossili»
Intervista a
«Agridistribution», 1989

 


 

«La fase di sfruttamento delle risorse energetiche limitate e inquinanti sta toccando il tetto: continuare su questa strada significa consumare il pianeta, avvelenarlo, rendere impossibile la soluzione dei problemi»
Intervista per il libro
«A Modo Mio», 1989

 


 

Ma Gardini era anche convinto che l’innovazione e la ricerca avrebbero portato a materiali sempre più leggeri, flessibili e resistenti al tempo stesso, anche di origine inorganica.

«Nuova ricerca per creare nuovi materiali, che sostituiranno in gran parte quelli tradizionali, con l’obiettivo di generare sempre meno problemi per l’ambiente», scrive l’imprenditore in uno dei suoi quaderni zeppi di appunti. «La performance dei nuovi materiali è indiscutibile e in prospettiva orientata a sostituire i metalli o gran parte di essi nell’uso tradizionale: tutto sarà più leggero, resistente e meno voluminoso. Questa rivoluzione è cominciata e si affermerà in tempi rapidi. Basta spingere l’applicazione pratica di ciò che già conosciamo».

L’idea, come sua abitudine, la mette in pratica alla svelta. E fonda il consorzio Tencara, che realizzerà parti ad alto contenuto tecnologico per il Moro di Venezia, l’imbarcazione finalista della Coppa America 1992.

Creatività. Visione. Azione. Sono le proprietà che definiscono i veri innovatori. E quindi l’eredità che quelli lasciano dietro di sé.

I biocarburanti sono una realtà del mondo moderno. Ora che l’Europa ha dimenticato da tempo il problema delle eccedenze agricole, l’etanolo non è usato come antidetonante ma come carburante vero e proprio. Il parco macchine americano è predisposto a una miscela di benzina con 10% di etanolo; in Brasile, secondo produttore al mondo, la miscela è al 25%. Nel 2014, sono stati prodotti 90 miliardi di litri di etanolo. Ai tempi della crisi alimentare del 2008, il biocarburante è finito sotto accusa per aver deviato una larga fetta del mais americano dalle tavole ai serbatoi. Ma nel frattempo la ricerca e la tecnologia hanno fatto grandi passi avanti: il bioetanolo di terza generazione si può ricavare dalla cellulosa, il carboidrato per eccellenza. In altre parole, si può convertire in carburante qualsiasi scarto dell’agricoltura, lasciando perdere le risorse alimentari.

Nel frattempo, la sostituzione che Gardini auspicava, si è trasformata in un’emergenza: il mondo deve venir fuori il prima possibile dalla sua cronica dipendenza da combustibili fossili. È da fine Ottocento, che la comunità scientifica è consapevole che aggiungendo anidride carbonica nell’atmosfera si alza la temperatura del pianeta. Certo, il “ciclo del carbonio” è parte integrante della fotosintesi clorofilliana e senza un po’ di anidride carbonica nell’atmosfera la Terra sarebbe una palla ghiacciata e inabitabile. Ma, solo l’anno scorso, il genere umano ha prelevato carbonio preistorico dal sottosuolo e l’ha bruciato, sputando nell’aria 40 miliardi di tonnellate di anidride carbonica che alterano il clima con effetti di lungo periodo e che potrebbero, in teoria, arrivare a cambiare i connotati al pianeta. Per fare a meno degli idrocarburi, il mondo ha bisogno anche (ma certo non solo) di sfruttare l’energia dei carboidrati.

Nel frattempo, Novamont è diventata un’azienda leader al mondo nella produzione di materie plastiche di origine vegetale. Il Mater-Bi, da esperimento di frontiera, si è trasformato in un prodotto biodegradabile di largo utilizzo, reso perfino obbligatorio in alcune legislazioni (come quella italiana) al fine di rimpiazzare i vecchi sacchetti di polietilene di origine petrolifera, che nelle discariche sopravvivono per decenni e decenni. Sotto la guida di Catia Bastioli, l’azienda di Novara ha spinto l’acceleratore sulle cosiddette bio-raffinerie di terza generazione, che producono plastiche e sostanze chimiche con materie prime rinnovabili coltivate nelle vicinanze e con l’energia ricavata da “scarti”, ritenute una grande opportunità per riconvertire siti industriali dismessi. I bio-materiali e la bio-economia non sono più una fantasia.

I successi sportivi del Moro di Venezia avevano acceso i riflettori sulle tecnologie dei materiali sviluppate da Tencara. Negli oltre vent’anni che ci separano da allora, i progressi della nanotecnologia e della biologia sintetica hanno reso possibile costruzioni molecolari un tempo impensabili, e la scoperta di nuovi materiali, primo su tutti il grafene, un foglio bidimensionale di carbonio che è cento volte più resistente dell’acciaio, sta aprendo la strada a nuovi processi, nuovi prodotti, nuove imprese.

Senza che quasi nessuno se ne sia accorto, il mondo moderno si è mosso nella direzione indicata da Raul Gardini. Non unico, ma raro caso di imprenditore e innovatore al tempo stesso.

Marco Magrini è un giornalista. Già inviato de il Sole 24 Ore, dove ha lavorato per 24 anni, ha seguito le evoluzioni del gruppo Ferruzzi per il quotidiano milanese (1990-1993). Nel 2003, ha vinto il Premio Guidarello per l’articolo «Gardini, i giorni del silenzio.